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Sara, una pedagogista entusiasta!

Abbiamo voluto intervistare Sara Cofani, pedagogista di Ohana ed entusiasta della vista. Le abbiamo rivolto qualche domanda, per scaldare il freddo lockdown e per permettere agli utenti di Ohana di approfondire la sua conoscenza!

Sara, da pedagogista, quali diresti che sono i tuoi punti cardine teorici? Dewey? Don Milani? Altri?

A dire la verità, gli studi universitari mi hanno permesso di scoprire autori incredibili che, negli anni, hanno di fatto orientato la mia pratica educativa.

Ne cito solo alcuni: Rousseau, Don Lorenzo Milani, Paulo Freire, Maria Montessori.

L’esperienza è sovrana!

In effetti, dal punto di vista filosofico Dewey ha sempre esercitato su di me un certo fascino. È grazie a lui che ho deciso di liberarmi dal giogo della cultura strettamente accademica, frontale, standardizzata.

Preferisco un’educazione attiva, viva, coinvolgente, sensoriale.

Per poter imparare ho bisogno di vedere, ascoltare, toccare, gustare, odorare tutto ciò che arriva nella mia vita. In poche parole, l’esperienza per me è sovrana!

Il significato è nella relazione!

Lungo questo cammino, poi, ho scoperto Martin Buber, che ha dato sostanza al mio bisogno di tessere relazioni significative. “In principio vi è la relazione”: non è meraviglioso?

L’incontro con l’altro o con le cose è apertura alla vita!

Penso ad esempio alla musica: mentre la ascolto, la musica penetra in profondità e suscita in noi li desiderio di muoverci e danzare.

Ecco, nella relazione accade esattamente questo: se io incontro l’altro con tutta la mia intenzione, se desidero conoscerlo, genero apertura e quindi movimento. La filosofia della relazione estende, nell’ambito del mio bagaglio pedagogico, il concetto di intersoggettività.

Quando ti trovi di fronte ad un bambino o in generale ad un educando… qual è il tuo approccio? Come ti poni? Cosa vedi davanti a te?

Vedo una persona, un mondo nuovo che mi entusiasma e che desidero conoscere!

Nella mia vita viene convalidata sempre più spesso l’idea che i veri grandi siano loro: i bambini.

Il gioco, la creatività, lo stupore sono elementi guida nella mia pratica educativa. Penso sia davvero necessario che i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze, siano protagonisti attivi del proprio apprendimento.

La relazione educativa consente a chiunque di godere di un tempo privilegiato in cui raccontarsi e raccontare quel che li circonda. Educando i ragazzi, continuo ad educare me stessa poiché ho il privilegio quotidiano di vivere un tempo buono, un tempo pieno che mi nutre.

Sento forte la responsabilità

Educare, diciamolo, impone un’enorme responsabilità, una responsabilità quotidiana. Abbiamo la responsabilità delle storie, dei ricordi e dei piccoli cambiamenti. E se ci penso e quasi un po’ piango, perché è una responsabilità importante ma allo stesso tempo bellissima.

È sempre tutto molto emozionante e allo stesso tempo faticoso.

Qui ad Ohana, è sempre tutto pieno di senso. Questo profondo impegno di cura è ciò che alimenta, giorno dopo giorno, il mio senso di appartenenza. Quella con Ohana è una storia che si dipana, per me, proprio come un gomitolo, attorno a due parole che mi stanno molto a cuore: gentilezza ed ascolto.

Vedi in Ohana dei margini di miglioramento? Se sì, quali?

Assolutamente sì! Insieme a Valentina Peri sono responsabile della Rete formale ed informale di Ohana.

Coltiviamo da anni la ricerca, l’attenzione, la passione per l’educazione e la relazione umana. Inutile dire quanto, in questo campo, sia fondamentale l’aggiornamento e l’autoformazione!

La Rete serve a questo! La Rete è quel luogo ampio, denso di tante realtà che operano in territori diversi. È composta da figure e professionisti spinti dal desiderio di rispondere ai bisogni, di affrontare i problemi, di accogliere, di individuare nuove possibilità.

Io credo che il miglioramento risieda nella capacità continua di guardare oltre la propria realtà, al fine di scovare nuovi orizzonti.

Coltivare nuove relazioni significa far nascere riflessioni condivise, che poi diventeranno opportunità per gli abitanti, piccoli e grandi, di questo nostro territorio.

Se avessi una bacchetta magica, cosa daresti al territorio su cui lavori?

La possibilità di poter dare più voce ai ragazzi.

La bellezza e il suo effetto “Boomerang”!

L’esperienza della Classe Boomerang, ad esempio, un progetto di educazione non formale che impiega la tecnica della scrittura creativa, mi ha fatto di avvicinare alle storie di questi ragazzi, allargando lo sguardo. Vorrei dire a questo territorio che la vera ricchezza sta nei nostri giovani. Sono i ragazzi che sanno battersi ed indignarsi affinché ognuno possa vivere una vita all’altezza dei propri sogni.

Gli adolescenti sono quelli che non penserebbero mai che il proprio mondo finisca poco dopo la propria porta di casa. Gli adolescenti desiderano imparare più lingue possibili, così da avere più parole nel proprio vocabolario e più codici per raggiungere tanti. Sono loro che desiderano, sperano e cercano di capire il mondo, un pezzetto alla volta, anche per noi adulti. Creando, immaginando e celebrando la vita…nonostante tutto!

Come sta cambiando la consapevolezza psico-pedagogica ed educativa in generale in questo anno di pandemia?

In questo lungo anno ho pensato moltissimo ai miei colleghi e a tutti questi professionisti dell’Educazione che hanno cercato, in ogni modo e con qualsiasi mezzo, di compensare la distanza a cui siamo stati sottoposti. Ho pensato tanto ai bambini, ai ragazzi. Privati di ciò che, nonostante le lamentele, rappresenta la vita piena e ciò che li rende vivi: la scuola. La pandemia ha generato dei cambiamenti importanti, ma vorrei poter dire che non tutto va dimenticato o cancellato.

È tempo di essere creativi!

Gli educatori, i maestri, i professori hanno fatto il possibile per trasformare questa crisi in un’opportunità. Ecco, la pandemia ci ha resi più creativi. Abbiamo toccato, capito, odiato, amato la dimensione domestica. Questo ha rivoluzionato il concetto di spazio. Uno spazio solo mio che poi, passando di casa in casa, è diventato nostro. Il “nostro insieme” che, stavolta, è più rispettoso di quello che sono e di quello che sei. Questa nuova sfida è stata per tutti occasione di crescita. Riflettiamoci insieme!

Silvia

“Sguainate la penna”, dice Silvia

Silvia, adolescente brillante con la passione per le lingue e la mediazione culturale, ha scoperto un talento scrittorio. Autrice di testi e di riflessioni «meritevoli di attenzione» secondo la giuria de Il Messaggero, si racconta ad Ohana.

Non avevo mai pensato né a un blog né alla scrittura

«Alle elementari ero annoiata dall’idea di scrivere temi e produrre dei testi», confessa Silvia, «poi già alle medie qualcosa è cambiato!»

Devo dire grazie alla “Classe Boomerang” di Ohana

«L’idea di mettere nero su bianco i miei pensieri», continua Silvia, «ha cominciato ad emergere dopo aver frequentato ad Ohana la “Classe Boomerang“».

La scrittura quotidiana è diventata per Silvia una piacevole abitudine, scrive su qualunque soggetto, raccoglie impressioni, sensazioni, sentimenti.

Uno spazio senza giudizio e pieno di accoglienza

«Ho sentito che mi stavo realmente sbloccando proprio ad Ohana, perché il gruppo della Classe Boomerang mi ha permesso di scrivere e di sentire che qualunque cosa avessi scritto non sarebbe stata giudicata».

Oggi Silvia sogna di diventare, da grande, una filologa, possibilmente di lingue straniere affascinanti e complesse. A Silvia piace insegnare, trasmettere l’entusiasmo per il sapere, condividere la conoscenza.

Un testo di Silvia: «Carpe diem, cogli l’attimo»

Albert Einstein disse: ”la mente è come un paracadute, funziona solo se si apre.” Fin da piccola, mi hanno sempre detto: “Secondo me non farai mai niente”; “Quando parli non ti capisco”; “Te la credi troppo”; “Ci metti troppo a comprendere le cose”; “Sei una persona sleale”; “Senti bella, io non sto qua a tua disposizione”; “Lo fai di proposito perché non è che perdi tutti, non è possibile. Non sono tutti pazzi”.

Bhè, lasciatevelo dire, siete proprio dei prodigi. Però, scusate l’appunto: avete perso tutti in partenza. Di solito, le etichette si danno a cose che non si capiscono. Penso che siccome ho un modo di pensare particolare, siccome ho delle abilità che voi non avete, siccome mi trovate diversa. Mi etichettate in questo modo o con la parola “problematica”. Io però non sono problematica, a differenza vostra, sono speciale. È solo una questione di prospettiva.

Potrò sembrare egoista, ma non mi reputo migliore di voi, penso semplicemente che ho una diversa funzione nel mondo. Perché sono speciale? Questo è quello che mi hanno detto:

“Sei speciale perché con la tua ironia riesci a rendere ogni cosa più divertente. Sai come e quando usarla. Sei speciale perché sei unica, perché non conosco ragazza che sa fare tutte quelle cose che sai fare te.”

“Perché sei bellissima, con quel corpicino sportivo e grazioso, perché sei simpatica con la tua ironia lievemente sarcastica, perché vedo in te tanta passione per la natura e per la conoscenza, perché ami sognare di andare lontano, perché hai una visione delle cose originale, perché hai tanta creatività, perché sei attenta, precisa e puntuale con i tuoi impegni, perché sei generosa e spontanea.”

“Sei speciale perché riesci a portare felicità ovunque tu vada. Sei speciale perché tra tutte le ragazze che ho conosciuto, sei tra le poche che è veramente buona di cuore, che ha un cuore grande. Sei speciale perché sei unica, e magari fossero tutte come te.”

“Sei speciale perché sei tu. Sei la persona più gentile e umile che io conosca. Sei una tra le persone che si avvicina di più a quello che è il mio pensiero e il mio carattere. Sei speciale perché so di poter contare su di te e sulla tua presenza, sempre.”

A quei campioni, vi ringrazio di avermi fatto sentire impacciata, goffa e sbagliata, mi avete fatto crescere. Vi chiedo solo un favore: andate avanti, perché stavolta ho vinto io.

Annie Spratt Unsplash

Intervista alla Dott.ssa Di Marzio

La Dott.ssa Di Marzio lavora per Ohana come psicoterapeuta. Tra i principali autori posti a fondamento del suo modo di operare c’è il nome di Bowlby.

Negli anni ’50 del Novecento, uno psichiatra inglese di nome John Bowlby fu attento agli effetti dell’inadeguatezza delle cure materne sullo sviluppo dell’individuo.

Bowlby fu volontario in una scuola per ragazzi disadattati. Si trattava di giovani ladruncoli che facevano atti di delinquenza. Egli mise in relazione le loro difficoltà con le esperienze infantili, trovò il primo collegamento tra deprivazione delle cure materne in età infantile e l’incapacità di creare legami affettivi.

Dalle carenze in fatto di cure materne provenivano: la mancanza di emozioni, l’indifferenza per gli altri e per gli effetti delle loro azioni.

Per lo psichiatra fu chiaro che l’assenza di un maternage adeguato avesse portato a questi particolari esiti.

L’importanza di una figura protettiva e amorevole

Grazie allo studio delle teorie di Darwin e agli esperimenti degli etologi, Bowlby giunse ad una importante conclusione. Nei neonati è possibile riscontrare una spinta automatica ad individuare una figura specifica, per lo più materna, che si faccia carico di proteggerli dai pericoli.

Questa stessa spinta li porta a formare con la figura di riferimento un legame, detto legame di attaccamento, e a cercare di mantenere il contatto più a lungo possibile.

Tale legame può essere definito come «quel rapporto che si instaura tra un individuo più debole e un altro percepito come più forte e/o più saggio» dal quale ci si aspetta protezione, calore e conforto.

Il terapeuta non è un “meccanico”, afferma Ilaria Di Marzio, che ripara un guasto o sostituisce un pezzo, ma un professionista che riconduce il disagio esistente al complesso sistema affettivo e ambientale, proponendo così punti di vista nuovi e soluzioni da esplorare.

Il bambino si costruisce un modello interno di se stesso in base a come ci si è preso cura di lui.

Genitori: istruzioni per l’uso (?)

Non esiste il manuale del buon genitore, ogni genitore prova sempre a fare del suo meglio seguendo l’amore che prova per il figlio. Quest’ultimo, a sua volta, sulla base delle prime esperienze relazionali e affettive costruirà delle rappresentazioni mentali di sé stesso e degli altri.

In particolare, le aspettative sulle reazioni del proprio caregiver confluiranno in un’immagine interiore, un modello della figura di attaccamento e, per generalizzazione, in un modello degli altri.

Per tali ragioni credo che nessuno abbia “un pezzo guasto” da riparare. In ognuno di noi c’è una storia che necessita di essere accolta, ascoltata e compresa.

Siamo come i diamanti: abbiamo un abito cristallino!

Noi come i diamanti, costituiti da un reticolo cristallino di atomi di carbonio, disposti secondo una precisa struttura, abbiamo dentro di noi delle linee invisibili, derivanti dalla rete di legami costruita già a partire dalla gravidanza, che delineano il nostro profilo geometrico.

Cadendo, il diamante si romperà seguendo proprio quella struttura, allo stesso modo l’individuo “cadrà” e si frammenterà seguendo la sua rete di legami.

La terapia è una costruzione condivisa

Per me, la terapia è condivisione, è co-costruzione, è un po’ come tendere la mano all’altro e percorrere insieme le “strade buie” della vita, trovando quel filo rosso che le tiene insieme.

Nel mio lavoro intendo offrire al paziente un’esperienza relazionale diversa. Un buon terapeuta è colui che sa vedere il mondo con gli occhi del proprio paziente.

Come terapeuta mi piace ricordare ai lettori di Ohana ciò che, come una preghiera, mi ripeto quotidianamente: «nella testa e nel cuore, sia ogni psicopatologia un dono d’amore»

La Dott.ssa Giovinazzo ci parla dei DSA

Noemi Giovinazzo è una delle figure cliniche con cui Ohana collabora. Marta Mariani l’ha intervistata per noi. Ecco qui le sue interessanti risposte!

Noemi, tu ti occupi di valutazioni e curi quindi una parte importante, che può avere un valore predittivo sui Disturbi Specifici di Apprendimento. Le famiglie con cui entri in contatto quanto sono al corrente di questo tipo di disturbi?

Negli ultimi dieci anni l’attenzione ai Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) è aumentata. Figure come i pediatri, gli insegnanti e le stesse famiglie sono diventate più sensibili nell’individuare i fattori di rischio o i segnali di difficoltà scolastiche. Alcune famiglie vengono spontaneamente a fare richiesta di approfondimenti clinici, perché ravvisano una storia di familiarità.

«Mio figlio fa i miei stessi errori»!

Spesso durante la raccolta dei dati anamnestici i genitori riportano che il figlio compie gli stessi errori che facevano loro da piccoli, o ha un profilo di apprendimento simile a quello di un parente di primo grado con diagnosi di DSA. Altre volte osservano prestazioni lente e poco accurate durante lo svolgimento dei compiti a casa. Alcune famiglie invece arrivano da noi su segnalazione della scuola o del pediatra e non sanno cosa aspettarsi dalla valutazione.

Durante il colloquio iniziale e al momento della restituzione non è infrequente osservare una certa quota di preoccupazione nei genitori.

Questo è certamente comprensibile, perché una diagnosi di DSA ha un impatto sul soggetto, sia a livello di successi scolastici, sia a livello emotivo o motivazionale. A questo si accompagna spesso l’incredulità: i genitori non riescono a capire come cadute di questo tipo si evidenzino in un bambino ritenuto arguto in tante altre attività o situazioni della vita di tutti i giorni. Il concetto che rimando sempre ai genitori è che il bambino con una diagnosi di DSA è un bambino intelligente, il quale, pur avendo delle difficoltà selettive ad automatizzare alcuni processi specifici come quelli della lettura, della scrittura o del calcolo, ha un modo peculiare e diverso dall’ordinario di sfruttare le sue abilità e le sue potenzialità.

Nel nostro ultimo colloquio mi hai parlato di alcuni tipi di test di cui tu fai uso. Come funzionano? Che attendibilità hanno?

Per poter fare diagnosi di DSA è necessario considerare alcuni parametri, tra i quali l’assenza di ritardo mentale e una discrepanza tra le prestazioni scolastiche osservate e quelle attese sulla base dell’età e del quoziente intellettivo.

Una caratteristica poi che spesso si presenta nei soggetti con DSA sono le difficoltà a carico della memoria di lavoro e dell’attenzione.

I test che utilizzo per la valutazione del funzionamento intellettivo e delle competenze neuropsicologiche (memoria, attenzione e problem-solving) sono tra i test più comunemente usati in ambito clinico. Alcuni di questi sono stati messi a punto in Italia, altri hanno ricevuto un attento lavoro di revisione e di taratura sul territorio nazionale, testando un ampio campione di soggetti italiani da cui si sono poi ricavati i dati normativi con cui vengono confrontate le prestazioni dei bambini sottoposti a valutazione. I risultati possono essere letti quindi come adeguati o deficitari sulla base dello scarto dal punteggio medio ottenuto dalla popolazione testata.

Dei test ci si può fidare!

Tutti i test hanno buona validità e attendibilità e danno informazioni sul funzionamento cognitivo globale del soggetto. La durata della somministrazione della batteria dei test è solitamente di 2 ore e 30 minuti, ripartite in due incontri. Ovviamente, dobbiamo avere una certa flessibilità che tenga conto dei tempi e delle caratteristiche individuali del bambino.

Quali consigli ti sentiresti di dare alle famiglie che volessero sostenere il proprio figlio (o la propria figlia) davanti a disturbi attentivi o a deficit della memoria? E parlando delle «funzioni esecutive», il problem solving si può allenare o esercitare?

Le funzioni cognitive quali attenzione, memoria, ragionamento e problem-solving sono variabili implicate sia nell’apprendimento scolastico sia in una serie di attività comuni e svincolate dal contesto scuola.

Alcune ricerche hanno messo in evidenza come queste abilità possano essere potenziate non soltanto in soggetti in età evolutiva, ma persino in adulti con lesioni cerebrali e in anziani soggetti a decadimento cognitivo.

L’esercizio, infatti, interviene rimodulando le connessioni cerebrali, determinando un’aumentata stimolazione di alcune aree e compensando abilità compromesse. Dopo aver fatto un’attenta valutazione delle aree di forza e di debolezza del soggetto, il professionista può proporre un training a breve o a medio termine, con sessioni della durata di 30/40 minuti, utilizzando schede e programmi computerizzati (sicuramente più motivanti per i bambini).

Il segreto? Tenersi in allenamento giocando!

Un lavoro di continuità può essere svolto anche a casa, mettendo in campo tanta creatività. L’obiettivo deve essere quello di proporre attività e giochi che risultino accattivanti per il bambino, in modo che possa allenarsi in modo ludico.

In quali casi generalmente consigli di ricorrere ad una valutazione privata?

Secondo l’articolo 3 della legge 170/2010 la diagnosi di Disturbi Specifici dell’Apprendimento deve essere effettuata nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale, quindi nelle Asl, nelle Strutture Ospedaliere e Universitarie o negli IRCSS. Dal momento, però, che una diagnosi tempestiva è necessaria per consentire allo studente con difficoltà di apprendimento di poter usufruire dei benefici che la stessa legge garantisce e dal momento che spesso i tempi di attesa nei servizi pubblici superano i 6 mesi, ci si può rivolgere a specialisti o strutture accreditate che abbiano documentata esperienza nell’attività diagnostica dei DSA.

La valutazione eseguita da un professionista privato non accreditato, anche quando non consente il rilascio di una certificazione ritenuta legalmente valida, permette tuttavia di definire in modo accurato il profilo di funzionamento del bambino/ragazzo.

Esso evidenzia i suoi punti di forza e di debolezza sia rispetto alle abilità scolastiche, sia rispetto alle competenze neuropsicologiche. La relazione finale che viene fornita ai genitori contiene quindi preziose indicazioni sul modo in cui si può lavorare sia a scuola sia a casa, in termini di attività di recupero e di potenziamento.

Emanuela Quagliozzi

La Dott.ssa Quagliozzi risponde!

La Dott.ssa Emanuela Quagliozzi è una figura clinica di Ohana. Come psicologa e psicoterapeuta si occupa di bambini e adolescenti. Marta Mariani l’ha intervistata perché le famiglie di Ohana la conoscessero meglio. Ecco le sue parole!

Emanuela, in qualità di psicologa e psicoterapeuta ti occupi principalmente di adolescenti e bambini, in che cosa consiste il tuo aiuto?

Il mio lavoro consiste nell’aiutarli a conoscersi e nell’aumentare il loro livello di consapevolezza di sé. A volte per riuscire a produrre una trasformazione, un cambiamento, o per superare momenti di difficoltà, questo tipo di lavoro è indispensabile.

Promuovere l’autoconsapevolezza emotiva significa sviluppare una maggiore e più cosciente conoscenza dei propri stati d’animo e dei propri pensieri nel momento in cui si presentano.

In questo modo si può riuscire a monitorarli ed a reagire nella maniera più adeguata. Parallelamente lavoro anche sull’incremento di abilità sociali, comunicative e motivazionali. Queste abilità, insieme alla storia personale di ciascun utente, permettono la creazione dell’immagine che il bambino o il ragazzo ha di sé e della propria autostima.

I bambini e gli adolescenti sono lo specchio delle famiglie

Per me è fondamentale lavorare non solo con i bambini e con gli adolescenti ma anche con tutta la rete di relazioni in cui questi vivono. Talvolta, infatti, per produrre un cambiamento, soprattutto nei bambini più piccoli, è necessario effettuare un lavoro volto quasi esclusivamente sui genitori, attraverso degli incontri di Parent Training. In queste occasioni, io e la mia squadra di figure cliniche forniamo un valido supporto alle strategie cognitive e comportamentali delle figure genitoriali. È il nostro metodo per intervenire sul contesto del ragazzo. Questo tipo di lavoro funziona e produce cambiamenti anche nel bambino.

Nel nostro primo colloquio hai parlato di un grande “mostro nero” che adolescenti e preadolescenti intendono superare con il tuo supporto: l’ansia. Cos’è l’ansia? Come si manifesta? Come ci si lavora?

Non la chiamerei “mostro nero”. In realtà l’ansia è solo un’emozione e, come tutte le altre emozioni che proviamo, ha un’importante funzione nella nostra vita. Le emozioni infatti hanno una funzione adattiva e si sono evolute insieme all’uomo fornendo un importante contributo alla sua rapida evoluzione.

Cos’è l’ansia?

In generale, questa emozione indica un complesso di reazioni emotive, cognitive, comportamentali e fisiologiche che si manifestano in seguito ad uno stimolo che avvia aspettative negative. L’ansia aumenta quando la persona valuta il pericolo come imminente e grave, mentre diminuisce quando il soggetto sente di poter gestire la situazione.

Quando ci troviamo davanti ad un pericolo, siamo “programmati” geneticamente a reagire con una risposta comportamentale che ha dei correlati fisiologici.

La sudorazione aumenta, così come il battito cardiaco. Possiamo tremare, avvertire una certa tensione muscolare, avere le vertigini, respirare a fatica. In realtà, queste risposte sono strettamente funzionali e ci servono ad affrontare la minaccia (l’elemento che ci “attacca”), reagendo con l’allontanamento (“fuga”). Se l’ansia rimane compresa entro un certo range di limiti, è accettabile e sana. Essa svolge una funzione, appunto, adattiva.

Quando l’ansia si innesca in situazioni non così pericolose…

Al contrario, quando l’ansia si innesca anche in altri contesti, in cui la nostra incolumità fisica non è affatto messa a repentaglio, questo meccanismo fisiologico va indagato e osservato più da vicino. Spesso, infatti, le reazioni d’ansia non si scatenano soltanto davanti ad una situazione minacciosa, ma anche in tantissime situazioni ordinarie, come un esame, un’interrogazione, una prestazione scolastica, sportiva o lavorativa. Così, la reazione d’ansia diventa disfunzionale, cioè patologica, perché il livello d’intensità raggiunto dall’individuo non è proporzionato all’entità della situazione.

Il lavoro in psicoterapia consiste appunto nell’imparare a riconoscere a livello emotivo e cognitivo cosa avviene nelle situazioni temute.

Capire quello che succede e riconoscerlo rappresenta il primo passo. Successivamente, attraverso tecniche cognitive, comportamentali e di rilassamento, si lavora per trovare strategie adeguate che permettano di riuscire ad affrontare tali situazioni, attraverso una corretta gestione dell’emozione.

Dal tuo punto di vista clinico e professionale, perché la terapia psicologica è importante?

È vero che tutti noi ci conosciamo e abbiamo una buona consapevolezza di noi stessi, ma può capitare che ci manchi una conoscenza emotiva dei nostri desideri più profondi e soprattutto delle nostre scelte. Questo riguarda spesso bambini ed adolescenti che sono in fase di crescita e di scoperta di se stessi. A volte, la mancata conoscenza di sé può produrre delle difficoltà personali e relazionali, o momenti di sofferenza emotiva.


Iniziare una psicoterapia è una scelta orientata alla salute che permette di conoscersi meglio, individuare e rafforzare le proprie risorse, affrontare in modo più opportuno i momenti di difficoltà, di tensione.

Il cambiamento è possibile attraverso la creazione di una relazione improntata sulla fiducia, sull’ascolto, sulla sospensione del giudizio e sull’impegno reciproco. In questa preziosa relazione, il paziente e il terapeuta collaborano per raggiungere insieme degli obiettivi condivisi.

Ricordi il caso di qualche ragazzo o di qualche ragazza che, grazie alla terapia, ha potuto trasformare in meglio la sua qualità di vita? Ti va di parlarcene?

Ho lavorato ad esempio con una ragazza che aveva difficoltà all’interno dell’ambiente scolastico e queste difficoltà l’avevano portata a chiudersi in sé. Viveva dei rapporti difficili con i pari e frequentava poco la scuola. Abbiamo lavorato molto insieme. Cercavamo di capire quali emozioni e quali pensieri si innescavano nelle situazioni temute. Modificavamo, così, con gradualità, i comportamenti di evitamento, o comunque quelle reazioni poco funzionali al raggiungimento dei propri obiettivi. Abbiamo quindi ottenuto che la ragazza si rafforzasse e fronteggiasse tali situazioni. Parallelamente, ho fornito supporto e strategie anche alla coppia genitoriale che si mostrava molto preoccupata della situazione, lavorando quindi anche sulle relazioni tra i membri della famiglia.

emozioni bambina

Cosa diresti ai tanti genitori scettici che disapprovano l’idea di mandare i loro figli da un buon terapeuta?

Decidere di chiedere aiuto, per se stessi o per i propri figli, non è mai, per nessuno, una scelta facile. Spesso ci si sente deboli, arrabbiati, in colpa o privi di risorse personali. In realtà, se sentiamo di non farcela da soli, chiedere aiuto è un atto di forza, un modo concreto per risolvere una problematica, affrontare una situazione o un momento di difficoltà.
Potrebbe essere presente ancora un pregiudizio che considera la persona che soffre a livello psicologico come inadeguata.

A dire la verità, lo scopo principale della psicologia è la promozione del benessere e del cambiamento.


Per quanto concerne la parte pratica, il primo colloquio avviene con i genitori, o con chi si prende cura del bambino, o del ragazzo. Richiedendo l’autorizzazione di entrambi, valutiamo le motivazioni per le quali è stato contattato il professionista. Consideriamo poi se vi sia la reale necessità di un percorso di psicoterapia. Si decide insieme, infine, se intraprendere un percorso o meno. In ultimo, si chiariscono le modalità di accesso al servizio: forniamo cioè tutte le informazioni del lavoro con il minore.

Vania Ricci

La Dott.ssa Vania Ricci si racconta

La dottoressa Vania Ricci collabora con Ohana in qualità di ortottista. Marta Mariani l’ha intervistata per noi e le ha dato modo di illustrarci meglio di che cosa si occupa.

Vania Ricci, tu sei una ortottista esperta nei disturbi motori degli occhi. Potresti parlarci più diffusamente del tuo lavoro e di ciò di cui ti occupi?

Certo! Io, sostanzialmente, accompagno i genitori e i loro bambini in un percorso che mira ad un corretto sviluppo delle abilità visive. Tali abilità sono molteplici.

Il canale visivo, infatti, porta le informazioni al cervello e contribuisce ad uno sviluppo psicomotorio funzionale ed armonico.

La visita ortottica è fondamentale soprattutto nei bambini, come indagine preventiva per identificare alterazioni motorie e sensoriali del sistema visivo. Può essere utile anche in età adulta, per individuare disturbi che inducono la visione doppia, alterazioni del campo visivo e anomalie posturali.

L’ortottista lavora sempre in sinergia con tutte le figure che ruotano intorno al bambino. Come clinico, è a stretto contatto con l’oculista, che ha un’esperienza mirata alla fascia d’età evolutiva, ed è in grado di prevenire, valutare e riabilitare i disturbi che riducono o impediscono la visione binoculare. Tra questi disturbi ci sono, ad esempio, l’ambliopia (il cosiddetto «occhio pigro») e lo strabismo.

Quindi io mi occupo anche di prevenire, valutare e riabilitare le disabilità visive gravi, cioè «l’ipovisione», sia degli adulti che dei bambini.

Le mie consulenze hanno lo scopo di migliorare le capacità motorie di percezione visiva in quei pazienti dislessici, affetti da disturbi di apprendimento. Lo scopo è quello di aiutarli nella lettura e nella scrittura, migliorando il loro comfort visivo. Va detto poi, che il mio lavoro può giovare a chi passa molte ore al computer o su dispositivi digitali. Queste persone, di un numero ormai sempre crescente, possono talvolta presentare la cosiddetta «astenopia», ovvero la sindrome da affaticamento visivo.

Tra le altre cose, l’ortottista segue alcuni sportivi che intendono potenziare in modo mirato le proprie capacità visive. Si tratta di un’occasione preziosa, che gli atleti spesso colgono per migliorare le loro prestazioni.

In linea generale io collaboro con altre figure mediche per stabilire i percorsi riabilitativi in pazienti neurologici o che hanno patito dei traumi cranici. Per le scuole, come per le associazioni (non solo sportive), organizzo degli screening preziosi, a scopo preventivo e terapeutico. Lavoro quindi al fianco del medico oculista e la nostra sinergia serve alla corretta valutazione di difetti visivi complessi, ma anche alla efficace esecuzione di esami strumentali specifici.

Mi spiegavi poco fa che hai sempre voluto dedicarti professionalmente ai bambini, nonostante la tua esperienza nella chirurgia refrattiva. In che modo riesci a fare prevenzione e a guidare i bambini ad un sano sviluppo psico-somatico e motorio?

Sì, appena uscita dall’università sono stata assunta da un centro di chirurgia refrattiva, facendo anche un’esperienza all’estero, a Londra, avviando o formando del personale. La mia laurea mi ha permesso di effettuare questo percorso perché prevede anche l’assistenza oftalmologica.

Oggi infatti anche in questo campo riesco ad essere utile a chi me lo richiede collaborando con uno dei centri con cui ho lavorato.

I bambini, a dire il vero, sono stati per me lo stimolo principale. È per loro che ho intrapreso il percorso che sto tuttora proseguendo. In privato, a Roma, riuscivo a visitarli collaborando con un oculista e una pediatra. L’oculista con cui lavoravo aveva la lungimiranza di prescrivere la visita ortottica di routine praticamente a tutti.

La visita in sé è persino divertente, ci sono de giochi, delle luci colorate, dei sistemi diagnostici, insomma, che prevedono aspetti ludici ma che per noi sono assolutamente rivelatori.

Noi operatori riusciamo a capire molte cose da un semplice “gioco” come quelli utilizzati in visita. Rileviamo dati essenziali sullo sviluppo visivo e percettivo dei nostri giovani pazienti e ci assicuriamo che le facoltà visive stiano progredendo in maniera corretta. Altrimenti, si può intervenire tempestivamente, che per me vuol dire “prima dei tre anni di età”.

Come avviene lo screening di disturbi visivi di bambini molto piccoli? Voi ortottisti, tu mi dici, avete dei giochi, degli strumenti “ludici” per le valutazioni e le diagnosi?

Sì. Chiaramente. È importantissimo per noi valutare i riflessi della luce negli occhi, la coordinazione occhio-mano, occludere un occhio e poi l’altro e osservare il bambino come reagisce. Osserviamo molto attentamente il bambino nello spazio, vediamo se gattona, come si orienta. Per fare un gioco di parole, direi che abbiamo ormai affinato un “occhio clinico” per questi dettagli parlanti.

«Sono molto attenta alla prevenzione!»

È da più di un anno che investo sulla prevenzione. Utilizzo uno strumento di ultima generazione, direi, che per mezzo di una semplice “foto” dà molte indicazioni. Da queste informazioni si ricava una pista diagnostica che noi seguiamo e approfondiamo con una successiva visita, sia oculistica, sia ortottica. È un mezzo importante per indagare sulla refrazione di un bambino anche di 4 mesi di vita! Incredibile, no?

C’è qualche caso che, nella tua carriera di clinico, ti è rimasto impresso? Ti va di raccontarci un po’ della tua esperienza?

Mentirei se ti dicessi il contrario.

Ogni bambino ha fatto parte di un’esperienza che mi ha dato la possibilità di aiutarne altri.

Ti racconto volentieri della piccola C. perché è il caso che racconta come i genitori alcune volte siano davvero impossibilitati ad accorgersi dei segnali visivi dei figli.

Lei aveva 4 anni, era una bimba mite, timida e poco attiva, così la descriveva la mamma. Da poco erano stati in un parco divertimenti molto famoso, ma nonostante le numerose attrazioni, la bimba aveva dormito quasi sempre.

L’incredibile scoperta!

In visita, metto la bambina davanti allo strumento che rileva il difetto di vista in modo computerizzato. Vedo un valore difficile da credere e penso ad un falso positivo, dovuto all’accomodazione messa in atto dai bambini. Ripeto l’esame ma il valore rimane invariato, lo ripeto di nuovo ma il risultato è lo stesso.

Lo strumento di mostrava una miopia di circa 10 diottrie in entrambi gli occhi.

Ho ancora stampata nella mente la sorpresa di C. quando con le lenti correttive trova il mondo intorno radicalmente cambiato! Ricordo le lacrime della mamma. Soprattutto, ricordo la gioia di vedere la bimba sbocciare e tornare per la seconda volta al parco acquatico, divertendosi come non mai con i suoi nuovi occhiali, che sono stati una porta verso il mondo e verso la realtà.

La frase di C. pochi giorni dopo la visita credo che non la dimenticherò mai. Disse al genitore: «mamma, le farfalle sono colorate!».

farfalle colorate

Credo che questo ricordo mi rimarrà per sempre scolpito nel cuore. Oggi C. è una donna bellissima e sono felice di averla aiutata a sbocciare! Quindi, capisci bene, ora, perché cerco di visitare i bambini ben prima dei 4 anni.

Alla luce della tua esperienza, c’è qualche consiglio che daresti ai genitori di figli con disturbi di apprendimento?

Mi confronto costantemente con il problema dei disturbi di apprendimento, non solo come professionista. Quello che mi sento di dire è che ci vuole molta pazienza. Ci vuole il desiderio di comprendere pienamente, la volontà di far sentire compresi i nostri figli. Per noi genitori, questa è la missione più grande, perché la loro autostima è spesso fortemente minata.

Da terapista, posso assicurare ai genitori che alcuni bambini con disturbi dell’apprendimento hanno una percezione visiva diversa.

Compiono dei movimenti oculari non del tutto coordinati, che comportano indubbie difficoltà nella lettura e nella scrittura. Si tratta di problemi che causano un grave dispendio energetico in attività “scolastiche” fondamentali. Tutto ciò genera necessariamente una certa stanchezza. La stanchezza è davvero uno dei sintomi più frequenti.

Come figura clinica, io metto a disposizione la mia competenza e la mia professionalità per individuare il problema e adottare soluzioni idonee ai singoli casi. Per questo, mi sento di dire ai genitori di rivolgersi a figure specializzate, perché così potranno aiutare davvero i loro figli.

intervista Scarpelli

Intervista alla Dott.ssa Serena Scarpelli

Marta Mariani ha intervistato per Ohana la Dott.ssa Serena Scarpelli per offrire ai nostri utenti una panoramica sullo svolgimento dei laboratori terapeutici e sulle loro potenzialità.

Serena, tu ti occupi di laboratori terapeutici per preadolescenti che hanno delle difficoltà nel riconoscere e nel gestire le emozioni. In che cosa consistono esattamente le attività laboratoriali?

Il laboratorioterapia prevede ad ogni incontro una parte psico-educativa. I partecipanti ricevono delle informazioni su un tema, cioè su una emozione su cui si concentrerà la parte esperienziale del laboratorio. In questa seconda parte i ragazzi si mettono in gioco, sperimentando in diverse simulazioni le situazioni critiche tipiche del loro vissuto.

Mettere in scena le emozioni

Spesso il tema centrale è la gestione della paura. I ragazzi scelgono in genere una situazione, come un compito in classe o un’interrogazione, in cui hanno provato questa emozione e la metteranno in scena. Nelle esperienze di laboratorio ci sono dei protagonisti e degli osservatori. Si ragiona insieme su alcune variabili che sono fondamentali per il riconoscimento dell’emozione.

Usiamo delle domande guida

La Dott.ssa Serena Scarpelli

Le domande guida sono fondamentali: come stava il corpo? qual era l’espressione del volto? Quali sono i pensieri che possono essere passati per la mente alle persone coinvolte nella situazione e, nello specifico, nel momento in cui si è provata l’emozione di paura? Quali comportamenti vengono messi in atto?

L’obiettivo

L’obiettivo, in linea con quello che è il mio approccio (psicoterapia ad indirizzo cognitivo), è sostanzialmente quello di comprendere la relazione tra pensiero, emozione e comportamento, con un’attenzione cruciale anche al corpo. È la base per poter riconoscere, comunicare e gestire le emozioni in maniera adeguata.

Poco fa hai utilizzato l’espressione «alfabetizzazione emotiva». Mi ha colpito molto, facendomi pensare che le emozioni vanno codificate e decodificate un po’ come la scrittura. Potresti spiegarci perché le emozioni sono spesso difficili da capire e da interpretare?

Ci sono delle emozioni di base che secondo studi scientifici sembrano essere condivise a prescindere dalla cultura degli individui. Si tratta di emozioni che vengono quindi codificate e decodificate nel medesimo modo in tutte le popolazioni. Ad esempio, la gioia viene espressa mediante il sorriso in maniera universale. Nonostante ciò, è spesso difficile riconoscere anche le emozioni di base (gioia, paura, rabbia, disgusto, tristezza), per diverse ragioni. Prima di tutto non sempre si è in grado di comprendere cosa ci sta comunicando il nostro corpo. Ad esempio, non tutti “si ascoltano” nello stesso modo. Non tutti si rendono pienamente conto che la rabbia corrisponde anche ad una sensazione di calore, o ad una maggiore attivazione della parte superiore de corpo. Inoltre, bisogna considerare, che le emozioni mutano rapidamente. Ad una emozione di rabbia, può seguire spesso quella di tristezza e non sempre siamo consapevoli di tali evoluzioni. Infine, spesso è difficile spiegare le emozioni a parole. Occorre maturare un linguaggio “emotivo” per poterle comunicare correttamente agli altri.

I laboratori di cui ti occupi sono rivolti per lo più ai preadolescenti. Ci sono delle criticità che possono essere ricondotte proprio a questa fascia di età? Dei problemi diffusi o generalizzati? Delle insicurezze tipiche di questa fase?

La preadolescenza è una fase molto delicata della crescita dell’individuo. Basti pensare che, durante le scuole medie, avvengono molti cambiamenti fisiologici che trasformano il bambino in un ragazzo, e che, tanti di questi mutamenti sono manifesti e spesso fonte di disagio, di insicurezze o di allarme da parte dell’individuo stesso.

Il confronto con i “pari”

La preadolescenza è una fase in cui i ragazzi iniziano in maniera più evidente a confrontarsi con i pari, preparandosi a ricercare e costruire una propria identità. Le problematiche riferite dai preadolescenti sono legate, di frequente, ad una competenza non del tutto acquisita nel relazionarsi con gli altri, nel dire la propria opinione o nel gestire una situazione conflittuale.

Paura del giudizio

Il timore del giudizio è massicciamente presente nei loro racconti. Quest’ultimo è in genere legato al contesto scolastico, dove i ragazzi vivono una certa ansia di “fare brutta figura” con i compagni di classe. Sono problemi diffusi, preoccupazioni condivise che, in molti casi necessitano dell’apprendimento di nuovi “strumenti” per essere adeguatamente gestite. Vale la pena sottolineare che potenziare le abilità di ovviare alle “emozioni difficili” può servire anche per il futuro.

Il lavoro che tu svogli con i ragazzi ha un impatto positivo anche in altri contesti sociali o a scuola? Quali risultati può sperare di ottenere un utente del laboratorio?

L’utente, quindi il ragazzo o la ragazza che partecipa al laboratorio, matura la capacità di riconoscere le proprie emozioni e gestirle in maniera funzionale. Questo consente all’individuo di comunicarle efficacemente agli altri. Tutto ciò ha un impatto indubbiamente positivo anche sui contesti come quello familiare, sociale o scolastico. Non è raro che l’utente diventi a sua volta fonte di rispecchiamento e “modello” per i pari, così come per i propri fratelli o per le proprie sorelle.

Un laboratorio per gestire meglio le frustrazioni

Il lavoro che viene svolto aiuta, peraltro, a gestire in maniera più adeguata le frustrazioni e assiste l’utente nella comprensione delle strategie che possono abbassare i propri livelli di attivazione. Con il laboratorio, si promuove l’accettazione consapevole dei vissuti spiacevoli. Si contrasta così l’evitamento delle situazioni difficili. In altre parole, si spinge l’utente a sperimentarsi anche nelle situazioni per lui più complesse da gestire, in modo tale da favorire una apertura e disponibilità all’esperienza, piuttosto che una chiusura.