Lo spazio del «tu»

Uno spazio individuale o di piccoli gruppi per promuovere il benessere dei ragazzi a rischio di dispersione scolastica.

incontri individuali

Un posto tutto per te

Se sei uno studente o una studentessa e senti che la tua motivazione all’apprendimento va rafforzata, Ohana ha una soluzione da offrirti.

I sintomi della demotivazione

Non vedo perché dovrei studiare. Mi sento giù, preferisco fare altro. Perdo il mio tempo sui libri. A che serve studiare?

Quante volte hai pronunciato queste parole? Se questi pensieri ricorrono spesso nella tua mente, è probabile che tu sia nel posto giusto.

Affronta la tua apatia, con Ohana!

Ohana ti invita ai suoi incontri individuali, in cui potrai esprimere te stesso o te stessa, parlare della tua frustrazione, lavorare sulla motivazione, cercare dentro di te le risorse per trasformare questa situazione di impasse in una grande opportunità.

Lo spazio del tu ha quattro obiettivi

  1. Potenziare la consapevolezza del proprio ;
  2. Offrire ampio spazio alle emozioni;
  3. Promuovere e rafforzare il benessere personale e migliorare la qualità di vita dello studente;
  4. Favorire la buona relazionalità e lo sviluppo sociale.

Se ti interessa provare questa esperienza: contattaci! Siamo felici di poterti aiutare!

docente sostegno

L’insegnante di sostegno

Chi è l’insegnante di sostegno? Cosa fa in classe? Qual è il suo ruolo?

Una figura per l’integrazione

L’insegnante di sostegno è un professore, spesso specializzato, che garantisce e mette in atto la piena e concreta integrazione dello studente con disabilità all’interno del gruppo classe.

Un docente specializzato

Il docente di sostegno in ruolo è un insegnante con specializzazione. Ciò vuol dire che è stato adeguatamente formato per promuovere l’inclusione e l’integrazione degli studenti. Anche per questa ragione, il docente di sostegno è assegnato alla classe; ce lo dice la legge 104 del 1992.

Quante ore sta in classe?

A parte casi specifici e particolari, il numero di ore in cui il docente è presente in un dato gruppo classe è legato a quanto è scritto nei documenti per la richiesta del sostegno didattico.

Il docente di sostegno pianifica la didattica?

, anche il docente di sostegno si occupa di pianificare, organizzare e realizzare delle attività. L’insegnante ha proprio il compito di proporre al Consiglio di Classe una programmazione specifica per lo studente con disabilità. Tale programmazione si chiama, per esteso: Piano Educativo Individualizzato (PEI).

Come può essere il PEI?

Non tutti i PEI sono uguali, anzi, al contrario: c’è un PEI per ogni persona con disabilità. Ciò si deve al fatto che le normative vigenti tutelano la personalizzazione delle attività didattiche affinché tutti, nessuno escluso, possano conseguire degli obiettivi educativi. Esistono quindi due profili di PEI:

  1. Il PEI semplificato
  2. Il PEI differenziato

Semplificare o differenziare? Cosa cambia?

Tra i due PEI c’è parecchio divario. Il PEI semplificato, infatti, porta comunque al rilascio di un diploma a tutti gli effetti. Al contrario, il PEI differenziato si conclude con un semplice attestato di frequenza. È quindi molto importante che tutto il Gruppo di Lavoro Operativo per l’inclusione dell’Handicap valuti adeguatamente le potenzialità dello studente con disabilità, per non precludergli delle opportunità educative, formative o lavorative.

cyberbullismo

Contro il cyberbullismo

Si chiama cyberbullismo quel fenomeno che consiste nella ripetizione di atti aggressivi o molesti, compiuti tramite internet o strumenti telematici.

Conoscerlo per contrastarlo

È molto importante sapere che il cyberbullismo esiste, perché è fondamentale conoscerlo per contrastarlo. I minori sono ormai sempre più spesso muniti di dispositivi cellulari e vivono una vita in cui la dimensione digitale occupa uno spazio determinante.

Le recenti linee di orientamento del Ministero

Il varo della Legge 71 del 2017 ha ratificato l’adozione di Linee di orientamento per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo. Si tratta di un insieme di disposizioni fortemente auspicate, che sensibilizzano al buon uso della rete e promuovono la sicurezza digitale.

Sono vittima di cyberbullismo: cosa devo fare?

Se sei minorenne, ma hai comunque più di 14 anni e ritieni di essere una vittima del cyberbullismo, tieni in considerazione che puoi fare diverse segnalazioni.

Se le aggressioni sono avvenute tramite un certo social network, puoi inoltrare al titolare del trattamento o al gestore del social una richiesta di oscuramento, blocco o rimozione dei contenuti offensivi dalla rete.

Il gestore avrà 24 ore di tempo per provvedere ad accontentarti.

Se la tua richiesta non trova esaudimento, puoi sempre rivolgerti al Garante per la protezione dei dati personali, che cancellerà i contenuti entro 48 ore.

Il cyberbullismo non va sottovalutato

Il cyberbullismo fa diverse vittime. La prima vittima è colui che subisce l’aggressione. La seconda vittima è colui che la agisce. È molto importante che vi sia una rieducazione dell’aggressore, cioè del cyberbullo, attraverso attività riparatorie o socialmente utili.

Quindi, segnala un comportamento aggressivo: non subirlo. Aiuterai la società a fondare relazioni più sane e socialmente funzionali.

istruzione superiore

L’istruzione superiore

Il secondo ciclo di istruzione, ovvero la cosiddetta “istruzione superiore“, vuole preparare lo studente all’università o al mondo del lavoro. Orientarsi non è sempre facile, ecco perché vi illustriamo in linee generali di cosa si tratta.

Dopo la Riforma Moratti del 2003

La scuola superiore ha avuto due piste di studio parallele: quella dei licei e quella della formazione tecnico-professionale.

La riforma Gelmini

A partire dal 2010, la normativa legata alla riforma Gelmini è entrata in vigore. Così, il profilo della scuola superiore è in parte cambiato e le opzioni di scelta dello studente che conclude le scuole medie si dividono in tre principali alternative:

  1. Licei
  2. Istituti tecnici
  3. Istituti professionali

I licei

Attualmente, lo studente che volesse scegliere di frequentare un liceo, ha comunque l’imbarazzo della scelta. Al presente, infatti, i licei sono 6:

  1. classico
  2. scientifico
  3. linguistico
  4. artistico
  5. musicale e coreutico
  6. delle scienze umane

Come si vede, i vari licei vengono distinti per aree. Per questo, ciascun liceo ha le sue materie di indirizzo caratterizzanti.

Se ami le lingue antiche, farai bene a scegliere il classico; se hai una buona predilezione per le lingue moderne, allora il linguistico fa per te. Se sei una mente matematica potrai cogliere l’occasione di iscriverti allo scientifico, se hai un talento artistico-musicale, potrai scegliere un liceo che valorizza le tue doti innate. Se la tua attitudine è già di tipo psicologico e relazionale, rifletti se non sia il caso di rivolgerti alle scienze umane.

Gli istituti tecnici

Allo stato attuale, l’offerta formativa degli istituti tecnici si divide in due settori fondamentali:

  1. economico
  2. tecnologico

Del primo gruppo fanno parte gli indirizzi: amministrativo, finanziario, turistico. Nel secondo ambito, invece, potrai trovare gli indirizzi legati alla meccanica, alla logistica, all’elettrotecnica, fra gli altri, o all’informatica, alla chimica, alla moda o alle costruzioni.

Istituti professionali

Molte persone fanno confusione tra istituti tecnici ed istituti professionali. In realtà, come si può vedere, si tratta di due tipi diversi di formazione.

Una formazione rivolta al lavoro

Gli istituti professionali riguardano il settore:

  1. agricolo
  2. ittico
  3. artigianale
  4. ambientale
  5. enogastronomico o alberghiero
  6. culturale
  7. sanitario e assistenziale
  8. ausiliario

L’organizzazione annuale

Anche i percorsi di studio degli istituti tecnici sono articolati in due bienni e un anno conclusivo. I vari percorsi sono stati pensati per facilitare l’ingresso dello studente nel mondo del lavoro. A questo scopo, sono previsti stage, tirocini e percorsi di alternanza scuola/lavoro.

teoria della ghianda

La teoria della ghianda

Sotto questo bizzarro titolo, di «teoria della ghianda», si può trovare un’idea, per certi versi mitica e rivoluzionaria.

Ce ne parla James Hillman

Psicoanalista e saggista degli USA, Hillman (scomparso nel recente 2011) ha consegnato alle pagine del suo libro Il codice dell’anima la teoria in questione.

Di che si tratta?

La teoria della ghianda presuppone che ciascun individuo abbia, fin dalla nascita (e forse persino da prima!) una vocazione, un talento innato, un’abilità che gli viene “naturale“, “facile“, per innatismo.

La metafora “realistica”

Hillman paragona questa vocazione all’energia vitale insita nella ghianda. Ogni ghianda contiene in sé la futura quercia, così come a sua volta la quercia è in grado di generare nuove ghiande, in un circolo bellissimo e vitale.

Perché una ghianda non può generare un abete?

Se rivolgessimo questa domanda ad un agrotecnico, saremmo fortunati se questi avrà la buona creanza di non riderci in faccia.

Tutti, infatti, accettano immediatamente l’idea che una ghianda non possa e non potrà mai generare né un melo, né un ciliegio, né un abete.

Eppure le cose non sembrano essere così chiare su un livello più “pedagogico”.

Nel campo della pedagogia

Nel dominio dell’educazione, nel campo della pedagogia, solo i professionisti più illuminati sanno fare un parallelo tra la teoria della ghianda e l’educazione in età infantile o evolutiva.

Quante volte imponiamo un “dover essere” al bambino, alla bambina… che hanno invece il loro stile, le loro predilezioni?

Cosa ci insegna Hillman

Hilmann ci ricorda, in questo senso, che durante l’infanzia tendono ad emergere tratti innati della personalità (è la ghianda che manifesta il suo voler essere quercia e non frassino, non pruno, né melo).

Un buon educatore, un bravo pedagogo dovrà quindi riconoscere nelle impuntature, nel capriccio, nelle ostinazioni del bambino, in quell’orgoglio pronunciato e forte… il profilo dell’uomo e della donna futuri, così che la quercia cresca sana, vigorosa e fruttuosa.

epilessia

L’epilessia

Sapere per aiutare

L’epilessia è una malattia neurologica contraddistinta da periodiche “crisi“. Si tratta di crisi che a scuola sono difficilmente gestibili se il personale docente o scolastico non è adeguatamente preparato.

Le crisi epilettiche

I fenomeni critici dell’epilessia consistono in vere e proprie “scariche elettriche” da corto circuito del tessuto neuronale. Le crisi arrivano all’improvviso. Difficili da prevenire, hanno una sintomatologia penalizzante. Il soccorso immediato del bambino o del ragazzo epilettico può davvero salvargli la vita e prevenire danni permanenti.

L’impatto dell’epilessia sulla vita del bambino e dei suoi familiari

Convivere con la patologia dell’epilessia non è impossibile. Tuttavia, non bisogna trascurare l’impatto psicologico e sociale della malattia. Nella maggior parte dei casi, l’epilessia si manifesta in età prescolare. Di conseguenza, tra l’infanzia e la prima scolarizzazione, il bambino si trova catapultato in un mondo complesso, fatto di crisi improvvise e quasi imprevedibili, la cui gestione necessita dell’aiuto altrui.

Le paure di chi è affetto da epilessia

Chi soffre di epilessia vive nel costante timore che la “scarica elettrica” arrivi ad interrompere le attività quotidiane, motorie, sociali. È piuttosto frequente che il bambino epilettico accusi una certa ansia anticipatoria che rende invivibili anche i momenti di salute lontani dalle crisi.

Le paure di chi assiste alla crisi

Eppure, l’epilessia può terrorizzare di più chi non ne soffre, paradossalmente. Il fatto che l’epilettico durante le crisi possa fare cose “anomale”, perdere il contatto con l’ambiente, cadere, agitarsi, masticare, perdere i liquidi orali, gesticolare, essere preso da convulsioni… finisce spesso per terrorizzare chi osserva spaventato e invece vorrebbe intervenire.

Mi è sembrato che morisse. Sembrava morto…

Queste sono le tipiche frasi pronunciate da chi assiste accidentalmente ad una crisi epilettica altrui.

Il soccorritore può porre fine alle paure di tutti

Una soluzione c’è. Va detto. Soccorrere un epilettico è un atto eroico ma anche piuttosto semplice, se non ci si fa prendere dal panico. Esiste, infatti, un farmaco a somministrazione orale che va introdotto nella bocca del bambino o del ragazzo epilettico. Tale farmaco, che il bambino affetto da epilessia avrà sempre con sé, serve ad impedire che le crisi si prolunghino nel tempo. Le crisi prolungate possono infatti danneggiare irreversibilmente il sistema nervoso del bambino, producendo danni permanenti.

Lo stigma che pregiudica l’inclusione

L’inserimento di un bambino epilettico nella vita sociale, scolastica o sportiva può sembrare difficoltoso. Vi è un pregiudizio piuttosto diffuso, in questo senso. Insegnanti, educatori, professionisti, allenatori possono lasciarsi trascinare dall’ansia, facendo ragionamenti non molto lucidi. Può mettere paura avere a che fare con bambini epilettici, soggetti a crisi periodiche. Tuttavia, la farmacologia, la medicina e la pratica del soccorso hanno reso possibile integrare in tutto e per tutto i bambini epilettici nelle normali attività quotidiane, sociali, scolastiche e sportive.

Quando i genitori stessi tacciono…

Può addirittura succedere che siano i genitori stessi ad omettere il quadro diagnostico del proprio figlio, preferendo non parlare dell’epilessia. Nel loro pensiero si illudono di tutelare il corpo insegnante, le società sportive, i vari professionisti davanti alla paura di dover soccorrere il bambino durante una crisi. In realtà, in questo modo si peggiora la situazione del malato: la sua ansia si aggraverà e nessuno sarà davvero preparato quando lui ne avrà effettivo bisogno.

Quindi?

La soluzione sta nel conoscere, nell‘imparare a soccorrere, nel tenere sempre vive le comunicazioni che riguardano i casi epilettici. La soluzione consiste nel fare rete, nel sentirsi parte di un tutto: nel saper dire «io ci sono e so cosa fare».

burn out madri

Burn-out materno: 3 consigli per le madri

Si parla spesso di “burn-out” un termine inglese che ha a che fare con l’esaurimento delle energie mentali e fisiche. Meno spesso, però, si parla dell’impatto di questo fenomeno all’interno delle famiglie e, più precisamente, rispetto alle madri.

La genitorialità è un’impresa eroica!

Di per sé, la genitorialità ha qualcosa di divino e di eroico. Non è retorica: mettere al mondo un figlio, offrirgli tutto ciò di cui si è capaci, interpretare adeguatamente i suoi bisogni, soddisfarli, assisterli nella crescita… non è una missione… sono tante missioni insieme!

La diade madre-bambino

Se la genitorialità è tanto complessa, difficile benché naturale, la maternità lo è all’ennesima potenza.

Donald Winnicott, psichiatra e psicoanalista britannico del Novecento, conosceva bene l’importanza fondamentale della madre, soprattutto nei primissimi mesi di vita del bambino.

Secondo Winnicott, in una fase infantile e neonatale non esiste altro che una diade madre-bambino. Tutto il resto del mondo verrà “creato” e rimodellato in base a questa relazione originaria e fondativa.

Il maternage: una fase essenziale

Si capisce facilmente, allora, che nei primi mesi di vita di un neonato, le responsabilità della madre sono incommensurabili. Nonostante con il tempo le cose possano cambiare, alleggerirsi, evolvere, la centralità del ruolo materno viene difficilmente messa in discussione.

I bambini crescono, diventano preadolescenti, poi adolescenti, ma soprattutto nei paesi mediterranei, com’è noto, la madre, pur venendo in parte ridimensionata, resta il perno della famiglia.

Quando le responsabilità sono troppe…

Non è raro, peraltro, che le madri vivano momenti durissimi anche nelle loro vite individuali. Una separazione, un divorzio, l’instabilità della salute di qualche caro… Sono eventi piuttosto frequenti che, purtroppo, aggravano il peso che la madre porta sulle spalle.

Madri lavoratrici

Non è un caso che si cominciò a parlare del “burn-outmaterno durante gli anni Settanta, quando i movimenti per l’emancipazione delle donne avevano cominciato a puntare i riflettori sulle enormi fatiche delle donne che volevano avere sia un lavoro, sia una famiglia.

Queste donne ambiziose, indipendenti, autonome, “tuttofare”, spesso reputate troppo audaci anche dalla mentalità del patriarcato, sono ormai dappertutto e sono i veri pilastri della nostra società.

Quasi sempre reperibili, sia in famiglia che a lavoro, indaffarate, multitasking… ottimizzano il tempo come nessun altro sa fare.

Il centro di tutto

Proprio dando per scontato che le madri sono al centro di tutto: della vita dei figli, della vita di coppia, del planning settimanale, del lavoro in azienda, in ufficio, in negozio o in casa… si arriva ad un punto critico.

Alcune madri sentono un progressivo impoverimento delle loro risorse, delle loro energie, del loro ottimismo. C’è chi si sente “inefficace”, “in colpa”, “depotenziata”. Qualcuna si chiede: «Cosa mi succede?»

Succede che ci si trova in una fase critica, in cui va ripensata la gestione della realtà familiare, sociale e lavorativa.

A questo scopo, Ohana vuole offrire a tutte le madri tre generici consigli che possono favorire un cambio di prospettiva.

Rinuncia al perfezionismo

Sì, senza dubbio, a volte c’è davvero troppo da fare: pianificare la routine di tutti i familiari, gestire il lavoro, pensare alla casa… e la sensazione di dover trascurare qualcosa o, peggio, qualcuno si fa pressante. Può sembrare un suggerimento banale, eppure rinunciare al perfezionismo può rappresentare una svolta nella vita di tutti i giorni, alleggerendo le azioni quotidiane da quel senso di oppressione che può far persino paura. Trova il tuo ritmo, la tua andatura: fai ciò che puoi e concediti di non essere sempre al top!

Chiedi aiuto, affidando piccole cose a ciascuno!

Spesso possiamo arrivare a pensare che chiedere aiuto sia già un fallimento. Errore! Chiedere aiuto è un’opportunità per tutti i componenti di una famiglia. I genitori possono poco a poco responsabilizzare i propri figli, affidando piccoli e agevoli compiti ai ragazzi, mandando così un messaggio importantissimo di sinergia e di collaborazione.

Condividi con gli altri pensieri, preoccupazioni e speranze

Accade di frequente che le madri si tengano “tutto dentro”, accettando per misteriose ragioni di dover convivere con le loro preoccupazioni, con i loro pensieri, con le loro speranze e ambizioni. Per quanto lodevole, il loro desiderio di essere indipendenti e autosufficienti può portarle ad essere fraintese o incomprese. La condivisione dei vissuti interiori può, in questo caso, avere il duplice valore di oggettivare l’interiorità, comunicando, portando i cari, al contempo, a conoscere quante energie ci sono dietro alla routine quotidiana.

Care mamme, amare necessita di grandi energie. Accettatelo e ricaricatevi!

percepire corpo

La percezione del corpo

Durante l’infanzia il corpo è un grande spazio da esplorare, da conoscere, da mettere alla prova. Se tuo figlio ha 3, 4 o 5 anni, stando chiuso in casa per le restrizioni del coronavirus, ha ancora molte possibilità di fare esperienze significative nella percezione di .

Un gioco da fare in casa

Conoscere il proprio corpo significa metterlo a contatto con la realtà esterna e provare a farsi un’idea, una rappresentazione mentale, di come il corpo è fatto o di come funzioni. Ohana ti propone qui una semplice attività con cui potrai incoraggiare tuo figlio o tua figlia a conoscersi meglio.

Materiali (o ingredienti?)

Fruga nella dispensa: cosa trovi? Un cartone quasi finito di farina di semola? Buono! Un pacchetto di ceci da mettere a bagno? Dei fagioli cannellini che avevi dimenticato? Qualche lenticchia! Perfetto!

Tranquillo, non ti costringerò a cucinare una zuppa di legumi… È che il nostro gioco comincia proprio così!

Evita le forme acuminate

Prendi del riso, poi un po’ di cous cous, una manciata di lenticchie, il pacco di cannellini e tutto ciò che può ispirarti. Meglio, se si tratta di granelli tondeggianti che non possono né graffiare, né pungere a contatto con la pelle. Evitiamo quindi quadrotti, stelline e altre forme “spigolose”.

Prendi delle scatole o dei contenitori

Possono essere dei tupperware di grandi dimensioni, oppure delle scatole da scarpe. Riponi i semi e/o i legumi in contenitori diversi. Considera che i contenitori che userai dovranno poter contenere… i piedini di tuo figlio o di tua figlia!

Finalmente si gioca!

Per evitare che il tuo bambino possa avere la tentazione di ingerire i semi, i legumi o i granelli che hai messo nei vari contenitori, giocherete in questo modo. Terrai per le mani tuo figlio e lo accompagnerai per qualche passo, permettendogli di poggiare le piante dei suoi delicati piedini… dentro ad un contenitore per volta.

La pianta del piede è molto sensibile!

La riflessologia, ad esempio, è interamente basata su questo assunto: sulla superficie plantare c’è una vera e propria mappa di corrispondenze con tutti gli organi e apparati del nostro corpo.

“Immergendo” i suoi piedini nei contenitori di ceci, riso, cous cous e lenticchie, tuo figlio potrà non solo percepire il suo corpo, reagire agli stimoli, farsi un’idea dell’oggetto con cui è venuto a contatto, ma anche stimolare “di riflesso” le sue parti del corpo più interne.

Scatta qualche foto!

Se hai qualcuno accanto a te, mentre tu tieni per mano il tuo cucciolo… d’uomo… Non perdere l’occasione di immortalare le smorfie o le espressioni che tuo figlio o tua figlia farà… nel “sentire” a piedi nudi… la differenza tra ceci e fagioli… Saranno scene indimenticabili!

come funziona memoria

Come funziona la memoria?

I meccanismi che regolano la memoria sono quantomai affascinanti. La memoria ha un suo proprio funzionamento, indagarlo e scoprirlo può darti non pochi vantaggi nello studio, nel lavoro e nella vita quotidiana.

Dove vanno a finire le nostre esperienze?

Tutto ciò che viviamo, percepiamo, sentiamo… non viene affatto perduto. La mente e il corpo formano un tutt’uno. Essi conservano le tracce delle esperienze passate. L’unità mente-corpo serba, nella memoria, una vera e propria mappatura, che ci permette di ripercorrere, ricordare e per certi versi rivivere il passato.

La memoria ha 3 fasi

Codifica

Nel momento in cui vogliamo acquisire una informazione, prima di tutto la «codifichiamo». Che vuol dire? Semplicemente, la mettiamo all’interno di una rete di informazioni che sono a questa correlate.

Ritenzione

Una volta codificata, l’informazione non si presenta più isolata e disgregata dal contesto. Nella nostra mente, al contrario, essa fa parte di una rete di associazioni, di un sistema.

Le nozioni sono come i chicchi d’uva: si legano fra loro in una specie di “grappolo” di informazioni

Questa integrazione permette al messaggio che vogliamo ricordare di consolidarsi e di stabilizzarsi all’interno del nostro sistema mnestico.

Recupero

Ovviamente, non tutte le informazioni che abbiamo acquisito nel nostro passato possono essere sempre presenti alla nostra mente. Deve essere possibile riporre queste informazioni in un “magazzino“. Da questo magazzino verranno tirate fuori non appena dovesse servire.

Quando questo processo avviene agevolmente, ciò è dovuto alla buona organizzazione delle informazioni. Essa ammette un recupero veloce delle nozioni di cui abbiamo immediatamente bisogno nella nostra vita.

Quindi?

Di qui si capisce che un buon modo di imparare nuove informazioni consiste nel dare senso a ciò che impariamo. Nel collegare poi ciò che stiamo imparando a quanto già sappiamo, formando una rete solida e fitta. Infine, se riorganizziamo ciò che sappiamo integrando tutte le informazioni: avremo davvero una memoria elefantina!

Maturità? niente panico!

Il “toto maturità” è maledettamente più difficile del solito in questo 2020! Il coronavirus ha rimescolato le carte in tavola… saltano gli scritti e tutta la partita si gioca al colloquio orale!

Cos’è quella faccia? Sei nel panico? Niente ansia! Ohana ha la soluzione che fa per te!

«Esame non ti temo!»

È il programma dedicato agli studenti del quinto anno delle superiori. Ohana l’ha pensato proprio per aiutarti ad organizzare al meglio il colloquio che determinerà il tuo voto finale! E la buona notizia è che questo programma è più che imminente!

maturità

Da lunedì 20 aprile Ohana ti aspetta!

Come sarà il colloquio?

Sarà un colloquio lungo, anche un’ora. Sembra che saranno previste esercitazioni e traduzioni, in base agli indirizzi disciplinari delle varie scuole. Una centralità particolare verrà attribuita all’esperienza di «alternanza» fatta dal singolo candidato.

Ohana ti offre la sua professionalità!

I tutor di Ohana conoscono bene l’istituzione scolastica e sanno come guidarti nella preparazione delle piste argomentative percorribili durante il tuo esame orale. Poco importa se non sei un grande oratore: Ohana ti darà tutti gli strumenti per impostare il colloquio nel migliore dei modi!

Resta solo una cosa da fare!

Affrettati! Contattaci telefonicamente, oppure compila questo modulo. Ottimizza il tempo a tua disposizione e prepara con Ohana il tuo esame!